8 settembre 2010 12:04
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> 27 gennaio 1945: il giorno della memoria nelle parole di Shlomo Venezia

27 gennaio 1945: il giorno della memoria nelle parole di Shlomo Venezia
di Ivan Murgana


Ha percorso la scala che scende sino all’inferno ma si è fermato all’ultimo scalino.
Oggi tiene conferenze in tutto il Paese affinché i giovani imparino dal passato per preservare il futuro. Shlomo Venezia, sopravvissuto del campo di sterminio di Auschwitz, consulente storico nel film “La vita è bella” di Roberto Benigni, racconta la sua esperienza all’interno del lager. Un ricordo crudo, una ferita ancora aperta che il tempo non ha mai curato e mai riuscirà a farlo.

Cosa ricorda del giorno in cui fu portato via dai nazisti?
I rastrellamenti avvenivano di notte e di giorno. I nazisti bloccavano le strade con i camion ed entravano casa per casa per portare via chiunque trovassero. Nascondersi ed essere scoperti, significava morire all’istante. Caricavano le persone sui camion come si fa con gli animali: solo a Salonicco, la città in cui vivevo con la mia famiglia, furono deportati sessantamila ebrei.

Quanto è rimasto rinchiuso ad Auschwitz?
Ci sono rimasto per nove mesi. Ci misi poco a capire quello che accadeva ai prigionieri: un polacco mi spiegò quello che facevano alle persone che si trovavano là dentro. Con le camere a gas e i quattro grandi forni crematori venivano sistematicamente eliminati un numero inimmaginabile di uomini, donne, bambini e anziani.

Quante persone care ha perso nel lager?
Due sorelle, due nonne, le mie zie e i miei zii: ad Auschwitz ho lasciato tra familiari ed amici, 45 persone care.

Di cosa si occupava all’interno del campo?
All’interno del lager ognuno aveva la sua mansione. Quando arrivai al campo mi chiesero cosa sapessi fare e io dissi che ero un barbiere. Mi diedero delle grosse forbici da sarto e capii subito che il mio lavoro non sarebbe stato quello di tagliare i capelli alla gente. Rasavo le teste delle donne morte nelle camere a gas: i nazisti recuperavano i capelli dei cadaveri che andavano poi smaltiti nei forni crematori.

Il ricordo più terribile della sua prigionia?
Quando si aprivano le porte delle camere a gas per estrarre i corpi, assistevo a scene raccapriccianti: trovavo persone aggrovigliate una sull’altra. Cumuli alti mezzo metro di cadaveri tra i quali dovevo farmi largo. Un giorno udimmo un rumore provenire da sotto un mucchio di corpi: una cosa che accadeva spesso. Capimmo subito che si trattava del pianto di un neonato, una bambina di un paio di mesi stava ancora attaccata al seno della madre morta. Ebbe vita breve, un soldato la sparò in testa e così morì dopo essere miracolosamente sopravvissuta alla camera a gas.

Come si viveva all’interno di un campo di concentramento?
Fame, freddo e la paura di non arrivare vivi al giorno seguente: questo significava vivere in un lager. Convivevamo con la presenza del fumo acre che ammorbava l’aria e con l’odore nauseante della carne umana bruciata.

È possibile mantenere la fede in momenti simili?
Non lo so, ma posso dire che nessuno credeva in Dio mentre subiva i supplizi più assurdi. Ad Auschwitz mi sono chiesto più volte dove fosse mentre degli innocenti venivano sterminati come mosche. Credo di essermi salvato solo perché ero un ragazzo sano e forte, forse è questo che mi ha tenuto in vita.

Le capita spesso di ripensare ad Auschwitz?
Quello che ho vissuto non si può cancellare dalla memoria. Il solo lavarsi, mangiare un pezzo di pane, mi riporta alle privazioni dell’internamento. Ancora oggi se vedo il fumo alzarsi dalla ciminiera di un’industria, penso ad Auschwitz.

Oggi scopriamo un termine nuovo, negazionismo: cosa si sente di dire a chi sostiene che l’olocausto non sia mai avvenuto?
Come si può negare quello che è successo nonostante tutte le prove esistenti? Le mie parole trovano riscontro nell’elenco che uno storico tedesco ha trovato in un archivio: là ci sono i nomi dei miei familiari e di tutti gli ebrei partiti dalla Grecia.

Perché non bisogna dimenticare quello che accadde nei campi di sterminio?
È bene che le nuove generazioni sappiano quello che è accaduto durante la seconda guerra mondiale. Il futuro non può prescindere da ciò che è stato. Solo avendo memoria di quello che è stato si può preservare la razza umana dal vivere un’altra shoa.

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