8 settembre 2010 11:51
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Alla scoperta del sapore dei natali passati
di Alessia Pillolla


Era un Natale di semplicità, quello che vivevano le famiglie contadine del sud
Sardegna fino agli anni Cinquanta. Niente albero né Babbo Natale né grandi cenoni.

Le feste di fine anno erano un’occasione per stare insieme e per compiacersi finalmente di quello che di più speciale poteva esserci in casa: dal vestiario alle pietanze fino alla legna migliore per il fuoco (su truncu bellu). “La cena della Vigilia (sa Nott’e xena) si svolgeva in famiglia e senza eccessi - racconta Maria Chiara Pillolla, 66enne di Pimentel, cultrice di tradizioni e organizzatrice di mostre e corsi sulla cultura contadina sarda del passato - la pietanza tipica era il baccalà cucinato con olio d’oliva, aglio, prezzemolo e limone. Oppure il cavolfiore affogato, cotto con l’olio e il germoglio delle cipolle.

Solo i più ricchi potevano permettersi la carne, rigorosamente agnello arrosto”. Dopo il pasto ci si riuniva, in genere con i vicini. Si consumavano la frutta fresca (mandarini, mele cotogne, melagrane) e la frutta secca (fichi secchi preparati in casa, noci, noccioline e castagne che uomini scesi dai monti del nuorese per l’occasione barattavano con prodotti del Campidano, come cereali e legumi). Si aspettava la messa di mezzanotte sgranocchiando e giocando ai tipici giochi natalizi con le mandorle: su barralliccu, cavalieri o capitanu, cavalieri in porta, arrodedda conca de fusu, giochi di gruppo che vedevano riuniti attorno a un tavolo bambini e adulti e che avevano tutti in comune lo stesso oggetto e la stessa posta in palio: le mandorle, in genere tostate al forno a legna. “Non esisteva la tradizione dei regali: non erano né Babbo Natale né Gesù bambino a portare i doni ma la Befana e bisognava attendere il 6 Gennaio - prosegue Maria Chiara - il giorno di Natale ci si riuniva di nuovo per il pranzo: immancabili il brodo e il pollo ripieno di fegato, lardo, pomodori secchi, uova e pan grattato.

Come per la notte prima, per i più ricchi non mancava in tavola l’agnello arrosto. In genere ci si tratteneva il pomeriggio insieme e il tempo trascorreva con gli stessi svaghi della Vigilia”. Anche la notte di Capodanno si ripeteva lo stesso rituale: cena intima e poi giochi tutti assieme con la compagnia dei vicini aspettando la mezzanotte, quando ci si scambiavano i celebri auguri in dialetto campidanese: bonus finis e mellus principius, che il giorno seguente diventavano bonus principius e mellus finis. I festeggiamenti natalizi si concludevano il giorno dell’Epifania con l’arrivo della Befana.

“La notte precedente sistemavamo le nostre scarpine davanti al camino - racconta ancora Maria Chiara con un velo di nostalgia - ci credevamo davvero e prima di dormire, se sentivamo rumori, pensavamo che la Befana stesse già entrando in casa. La mattina solo i bambini delle famiglie benestanti potevano trovare qualche giochino o capi di vestiario. Per i bimbi dei ceti medio-bassi c’erano frutta, matite, quaderni, colori, calze e, ovviamente, il carbone”.

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cittàTuristica - aprile 2010
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