Paolo Fresu: viaggiare in Jazz

Paolo Fresu: viaggiare in Jazz
di Luca Careddu e Lino Desogus

Dalla “geografia” musicale contemporanea alle bellezze della Sardegna, Paolo Fresu offre una nuova prospettiva a quei giovani artisti che si sentono isolati e distanti dai luoghi privilegiati del mercato musicale. Discorsivo in maniera creativa, gentile e pacato racconta del suo approccio alla tecnologia e alla scrittura, e confessa il cruccio di non aver suonato con il mitico Miles Davis.

Il jazz è un linguaggio capace di unire musicisti e ascoltatori provenienti da zone del mondo molto distanti. Quanto peso ha avuto nascere a Berchidda piuttosto che a Parigi o a New York?
Ribaltando il punto di vista comune per il quale provenire da un’isola o da una piccola cittadina può costituire un limite, per me nascere a Berchidda ha rappresentato un punto di forza. Il jazz è una musica molto creativa, “diversa”, per cui provenire da una terra come la Sardegna, con una sua cultura riconoscibile, mi ha dato modo di creare musica con una propria originalità di fondo, non contaminata dalla frequentazione di ambienti eccessivamente accademici.

Berchidda è una cittadina molto attenta alla musica, ha una propria banda musicale della quale ho fatto parte e senza la quale molto probabilmente non sarei mai diventato musicista. Se Berchidda non può essere paragonata a Parigi o New York, offre comunque la possibilità di sviluppare un linguaggio originale e creativo.

Musicisti di tutto il mondo suonano per la rassegna Time in Jazz di Berchidda. Ti è mai capitato di improvvisarti guida turistica e di segnalare le bellezze della Sardegna che un ospite non può assolutamente perdere?
Questo mi succede tutti i giorni, non solo con chi viene a suonare a Berchidda. Come una buona guida turistica, quando mi viene chiesta qualche informazione, amo dare indicazioni sui luoghi da visitare, magari proponendo itinerari per Su Cologone o per Tiscali, suggerisco posti carini per alloggiare e per mangiare, e altro ancora… Lo faccio per esprimere il nostro naturale senso di ospitalità, ma anche come veicolo culturale, inoltre in passato ho scritto per una guida turistica vera e propria. Io che sono un viaggiatore accanito, ho purtroppo poche possibilità per visitare i luoghi in cui mi trovo, quindi apprezzo quando mi viene proposto un giro in qualche città, ma la cosa che gradisco di più è quando gli artisti che vengono a Berchidda mi telefonano durante l’anno per dirmi che vogliono tornare in Sardegna, magari nei mesi di aprile e maggio, con moglie e figli: a quel punto penso che il risultato sia stato raggiunto.

Hai ricevuto il Premio Letterario Cala di Volpe 2008 come promotore della cultura sarda nel mondo. È un naturale riconoscimento per il tuo lavoro?
Promuovere la cultura sarda è una responsabilità nel momento in cui, da sardi, andiamo in giro per il mondo. Per me è una sorta di ambasciata che sento di dover rendere alla Sardegna, una terra che mi ha dato tanto. L’artista deve in un certo senso avere il ruolo di rappresentante di una cultura, attraverso l’uso del linguaggio creativo, e cioè la possibilità di traslare in arte ciò che egli percepisce della società, dei luoghi, delle persone; anche negli aspetti negativi. Chi viene ai concerti riesce a leggere “in trasparenza” questo messaggio.

Indossi la fede in filigrana sarda, riveste un significato particolare?
Porto la fede sarda da almeno quindici anni, prima ancora che indossassi la fede matrimoniale, per un duplice motivo. In primo luogo è una fede che appartiene alla nostra tradizione ed è un simbolo a cui tengo molto, in secondo luogo è un oggetto di design che apprezzo tantissimo anche perché sono un grande appassionato di artigianato sardo. La Sardegna ha una creatività immensa, penso alle ceramiche, ai tappeti, alle lavorazioni del legno, all’oreficeria; tutte cose estremamente raffinate e delicate.

Paolo Fresu: viaggiare in Jazz

Paolo Fresu
Paolo Fresu 2007 – Foto di Roberto Chiovitti

Fra i suoni della natura, quali trovi più congeniali alla tua musica, quelli del mare o quelli della montagna?
Sicuramente i suoni della montagna, anche perché non so nuotare (ride)… Il mare mi piace molto, soprattutto da un punto di vista poetico ma al mare estivo preferisco il mare d’inverno. Se dovessi rappresentare i suoni della natura con la mia musica, sceglierei sicuramente i suoni della terra, forse perché ho vissuto in campagna e per quanto il mare non fosse lontano, per noi quei pochi chilometri che ci dividono da Olbia parevano un viaggio lunghissimo. Mentalmente, ancora oggi, sono rimasto più vicino alla montagna e alla campagna.

Paolo Fresu è un instancabile viaggiatore in senso geografico e musicale. Quale città ti ha trasmesso un senso di forte personalità e quale invece ha mostrato in maniera più visibile le cicatrici della globalizzazione?
Questi aspetti coesistono nelle grandi città. Barcellona ne è una dimostrazione, conserva un forte senso della memoria ma al contempo è un esempio di modernità e di contemporaneità, anche artisticamente parlando. Le due città che mi hanno colpito di più sono state Parigi e New York anche se viaggiando scopro sempre nuovi bellissimi luoghi. Parigi è una delle città che amo di più, e anche se da pochi mesi abito nuovamente in Italia, la considero la mia città adottiva. New York è un crogiuolo di umanità e di cultura. Ma quando si sceglie un posto per abitare si valutano tante cose fra cui l’aspetto geografico. Ho scelto Bologna perché oltre ad avere un’intensa vita culturale, anche grazie all’università, si trova in una buona posizione centrale.

Al tuo attivo hai centinaia di incisioni. La crisi dell’industria discografica è un fenomeno che ha alterato il mercato del jazz quanto quello del rock e del pop?
La crisi del mercato discografico non ha intaccato particolarmente il jazz; in primo luogo perché il jazz era un mercato di nicchia che non faceva gli stessi numeri della musica pop e della musica rock; in secondo luogo la crisi è dipesa dal costo dei cd e dal fenomeno del download illegale da internet. Il pubblico del jazz oggi è uno zoccolo duro di appassionati che acquista ancora i dischi, magari alla fine del concerto.

Un musicista del passato che avresti voluto incontrare e col quale avresti voluto suonare?
Sicuramente Davis perché è stato un po’ il mio maestro di pensiero. Andai a vedere un suo concerto per Umbria Jazz e alla fine dello spettacolo il direttore della rassegna mi disse – “Vieni ti presento Davis” – io, che allora non parlavo bene l’inglese, per la timidezza quasi scappai via! Ora mi pento perché avremo avuto materiale sufficiente a comunicare aldilà della lingua; sarebbe stato molto bello conoscerlo.

Un quotidiano ti ha definito “trombettista militante”. La musica, soprattutto quella strumentale, può esprimere impegno politico o consideri musica e politica come vagoni che viaggiano su binari differenti?
Credo che la musica possa esprimere qualsiasi pensiero aldilà delle parole, anche perché dietro una proposta musicale c’è una mente pensante. Produciamo dei suoni che comunque sono articolati attraverso un pensiero; ci deve essere un costrutto alla base che in qualche modo forma un’idea globale, un concetto molto forte, anche perché è emozionale e sentimentale. L’artista può avere un’opinione politica ed esprimerla a prescindere dal tipo di progetto che segue. Non mi considero solamente uno strumentista, anche se mi piace visitare mondi musicali diversi; mi definirei piuttosto uno stimolatore culturale e in quanto stimolatore culturale e artista mi piace pensare che attraverso la musica si possa fare molto per la società.

Hai un sito internet ricco di contenuti e costantemente aggiornato. Quale è il tuo rapporto con la tecnologia?
Il mio rapporto con la tecnologia è abbastanza circoscritto in quanto non mi interessa tantissimo il funzionamento delle macchine quanto piuttosto l’uso creativo che se ne può fare. Utilizzo l’elettronica con la tromba già da tanti anni e forse sono stato tra i primi in Italia, ma per quanto riguarda il computer posso dire di usarlo limitatamente. Non passo le giornate a navigare in internet sebbene usi la posta elettronica tantissimo; è un po’ il mio cordone ombelicale anche perché girando il mondo può essere molto più pratica del telefono. Penso comunque che la tecnologia sia importantissima per lo sviluppo di un linguaggio come il mio.

Oltre al tuo lavoro come musicista riesci a trovare il tempo per scrivere. Il tuo approccio alla scrittura è più istintivo o ragionato?
Scrivo in modo molto istintivo. Quando mi chiedono di scrivere note di copertina per album di colleghi e amici rispondo sempre: “Lo faccio, ma non so dirvi quando… magari stasera, oppure fra tre mesi”; questo perché le parole a volte vengono fuori in pochi minuti, altre passi mesi interi col foglio bianco davanti. Non ritengo di avere tecnica nella scrittura quindi mi trovo più a mio agio nello scrivere istintivamente; anche nella musica uso più o meno lo stesso tipo di procedimento.

Come ti vedi fra trent’anni?
Non mi metto troppi problemi su quest’aspetto… La cosa fondamentale è essere sano di mente e di corpo (ride) per proseguire a girare per il mondo e soprattutto continuare ad avere la voglia di scoprire nuove cose, nuove persone e nuovi suoni. Questo per me è fondamentale; se mi mancasse questa curiosità mi sentirei un po’ vecchio, anche perché ci si può sentire giovani anche avendo molti anni…

Chiudiamo con un consiglio ai giovani musicisti che vivono distanti dai centri dove è possibile studiare e confrontarsi?
È chiaro che la volontà e l’energia che bisogna spendere stando in un luogo decentralizzato e lontano è maggiore ma occorre innanzitutto rivoltare la logica per la quale vivere in luoghi lontani sia una penalizzazione. Oggi il concetto stesso di geografia, dal punto di vista creativo, è cambiato e spesso nei luoghi piccoli possono avvenire le cose migliori. Il successo di Time in Jazz è dovuto in buona parte al fatto che si svolge a Berchidda e non a Roma o Milano, dove c’è un’energia diversa, un’umanità differente e differente creatività. Quindi bisogna continuare a rimboccarsi le maniche e crederci perché può essere determinante e unico, ed è l’unicità che fa la differenza.

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